Milano
Si avvicina il processo per 23 militanti della Fiamma Tricolore che lo scorso 11 marzo
parteciparono a Milano a una manifestazione durante la quale
furono gridati slogan fascisti, esposte bandiere con croci
celtiche e fasci littori, eseguiti saluti romani.
Ieri i pm Piero Basilone e Luisa Zanetti hanno formulato la
richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei 23, tutti
indagati per «manifestazioni usuali del disciolto partito
fascista», un'accusa che, se li dovesse portare a processo,
sarebbe valutata da una corte collegiale, come stabilito dal
codice penale, in quanto reato 'politico' e dunque
particolarmente delicato. Oltre ai 23 per cui è stato chiesto
il processo, nei confronti di tre minorenni è ancora pendente
un'inchiesta della Procura dei minori. In totale 26 persone,
dunque, quasi tutte individuate dalle Digos di mezza Italia
analizzando il materiale video girato quel giorno dalle stesse
forze dell'Ordine e dalle televisioni presenti. I 23, tra cui
figura una sola donna, provengono soprattutto dal Veneto, in
particolare da Vicenza e Verona, ma anche dalla Lombardia
(Milano, Como, Varese e Pavia) e da Roma. Tra i loro nomi ne
spiccano due: quello di Piero Puschiavo, coordinatore della
Fiamma in Veneto, e quello
del dirigente nazionale Maurizio Boccacci, ex leader del
Movimento politico occidentale (disciolto nel '93 grazie alla
legge Mancino) e condannato in primo grado dal Tribunale di
Brescia per gli incidenti del 20 novembre '94 durante la
partita di calcio Brescia-Roma, quando fu accoltellato
l'allora vicequestore di Brescia Giovanni Selmin.
Inizialmente, la manifestazione si sarebbe dovuta tenere il 21
gennaio, a soli sei giorni dalla ricorrenza del Giorno della
memoria, in cui si celebra la liberazione del lager nazista di
Auschwitz, motivo per cui la Questura decise di non
autorizzare il corteo, che fu dunque fissato regolarmente per
l'11 marzo. La mattina di quel sabato, poche ore prima della
manifestazione della Fiamma
, i centri sociali milanesi diedero vita a un controcorteo
durante il quale, in corso Buenos Aires, furono distrutte
vetrine, bruciate o danneggiate oltre 20 auto, feriti uomini
delle forze dell'ordine e messa a ferro e fuoco una sede di
propaganda elettorale di Alleanza Nazionale. Per
quell'episodio, a luglio scorso furono condannati a 4 anni di
reclusione 18 militanti dei centri sociali, ormai tutti liberi
per effetto dell'indulto, del carcere scontato preventivamente
e di uno sconto di
pena.